Cronache di Schwäbisch Hall – parte 3

WELCOME TO THE HOTEL CALIFORNIA

Una mattina, appena esco di casa, incontro un corsista – lo riconosco perché ha l’aria decisamente straniera e tiene in mano il quaderno verde ad anelli che ci hanno dato il primo giorno di corso. Facciamo quattro chiacchiere e gli domando da dove viene: “Ich komme aus California”, con un accento americano veramente marcato. Si chiama Kreg, ha circa 40 anni e un livello di tedesco piuttosto elevato. Ogni volta che lo incontrerò in corridoio mi saluterà così: “Hallo Barbra, wie geht’s?” 

Se c’è una cosa che mi fa rabbrividire, come quando si taglia qualcosa nel piatto e si produce quello strido insopportabile, è la pronuncia inglese/americana del mio nome. Non ci posso fare niente, mi infastidisce. Un giorno, durante una pausa dalle lezioni, conosco Chris, un altro americano, stavolta di Boston, che mi chiede come mi chiamo:

“Barbara”

“Ah, Barbra!”

“No, Barrrrbara!”

“Yeah, Barbra”

Oh, dannazione. Va beh, lasciamo stare, non è colpa tua. Costui, da me soprannominato Bruce Willis, mi racconta che è stato in Valle D’Aosta a raccogliere le nocciole per la Ferrero e che ha prenotato due mesi di corso di tedesco, ma stava pensando di fare solo un mese per dedicare il secondo al lavoro in fattoria. Alla mia domanda “Perché proprio Schwäbisch Hall?”, risponde che voleva andare in un posto tranquillo, possibilmente in mezzo al verde. Ottima scelta, Bruce.

Per un sondaggio personale, ho posto questa domanda a quasi tutti i miei compagni di corso e alle altre persone che ho conosciuto: per il 50%  è stata una scelta “forzata”, perché non c’erano più posti disponibili in altri istituti; l’altro 50% ha preferito non rispondere, coprendosi il volto con le mani. No, scherzo, molti erano già stati in grandi città e hanno deciso di optare per una Kleinstadt. Anche io, in realtà, volevo andare a Dresda, ma le date e la disponibilità dei posti non me l’hanno permesso. Col senno del poi, ne sono felice.

Nel programma del corso è prevista una serata Stammtisch al Biergarten sul Kocher, il fiume che attraversa la città, per permetterci di conoscerci un po’ meglio e passare una serata diversa. Quella sera, però, c’è un concerto della Kammerphilarmonie di Colonia al Goethe-Institut. Siamo un corso di lingua e cultura, vuoi non andarci? Suoneranno Le Quattro Stagioni di Vivaldi, VUOI NON ANDARCI? In effetti no, io e un’altra mia compagna volevamo andare al Biergarten, ma alla fine ci siamo fatte trascinare, ed è stata un’ottima scelta. Quattro violini, un flauto traverso, una viola, un violoncello e un contrabbasso. Vivaldi, Bach, Tchaikovsky e Monti (non Mario, Vittorio).

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Avrei applaudito ad ogni pausa e ogni volta rischiavo di farlo, rompendo un silenzio tombale che persino respirare pareva brutto. La birra, dopo tutto, poteva aspettare. L’acqua invece no. Prima del concerto, che sarebbe iniziato alle 20:30, vado con Nastassia in cerca di un bar/panetteria/alimentari dove poter recuperare dell’acqua, perché mi conosco e so che avrò sete. Entriamo in un localino che sta per chiudere, ma la commessa ci dice che se vogliamo qualcosa da bere possono ancora farcela. Nastassia, allora, chiede un caffè da portar via, e io una bottiglia d’acqua. Paghiamo e chiedo: “Scusi, l’acqua?” Mi viene indicato un bicchiere tipo quello della coca del McDonald’s pieno d’acqua. Wasser to go, ovvio. Non mi era mai successo che mi venisse servita l’acqua in un bicchiere da portar via. Che problema c’è, direte voi. Il problema sussiste, perché nella sala dove si tiene il concerto non possono essere introdotte bevande, e io di certo quel bicchiere colmo d’acqua – frizzante, per giunta – in borsa non lo posso certo nascondere. Quindi ingollo tutta l’acqua possibile alla Fantozzi e inizio a levitare come una mongolfiera, butto la restante acqua ed entro. Non avevo mai avuto modo di apprezzare la musica classica dal vivo, ma ora posso dire che è un’esperienza da fare, anche per coloro che non la amano.

Un giorno decido che ho bisogno di fare una passeggiatina al parco. La giornata è perfetta, splende il sole e la temperatura è ottimale, 28° C. Indosso qualcosa di comodo e, macchina fotografica alla mano in perfetto stile “giapu”, mi avvio verso il parco, a circa cinque minuti a piedi dal mio alloggio. Passo davanti ad un bel parco giochi per bambini, pieno di mamme e papà che giocano felici con i mostriciat…ehm, figlioletti; attraverso un ponticello e mi fermo a scattare qualche foto al panorama, poi mi incammino nel parco. Respiro a pieni polmoni, l’aria è leggera, pulita, fresca, il calore del sole è piacevole e la mia pelle abbronzata, direi quasi bruciata da giorni di esposizione sembra godere delle carezze della lieve brezza. I pensieri cominciano a diradarsi e la mente è completamente sgombera. Arrivo alla fine del parco, almeno credo, mi siedo su una panchina e mi rilasso per qualche minuto. Ma sì, faccio ancora due passi, chissà che cosa c’è al di là del ponte. Uuuh ma che meraviglia, ancora distese di verde, e laggiù c’è un castello! Mi avvicino un po’…ehi ma lì c’è una chiesetta, vado a vederla. Che carino quel ponticello in legno, vediamo dove porta. Morale della favola, ho camminato per un’ora e sono arrivata sotto al castello, ma sapendo che saremmo andati a visitarlo qualche giorno dopo, penso che sia meglio tornare indietro.

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La  naturale bellezza di questo posto non ha ancora smesso di stupirmi, perché il giorno seguente andiamo a visitare l’ecomuseo a Schwäbisch Hall-Wackershofen, dove veniamo accolti da adorabili maialini striati che scorrazzano allegri in un prato. Peccato che ne faranno salsicce. Ammetto che, se solo avessi avuto spazio in valigia, avrei comprato un peluche, era così morbido! Questo museo all’aperto merita una visita, soprattutto perché si possono scoprire antichi usi e costumi, ma anche cucina, infatti abbiamo assaggiato le “puzzette della nonna”, dei dolci fritti di pastella e uva sultanina, cucinati dalle nonne, appunto, che vendevano anche prodotti di loro produzione come marmellate e biscotti. Forse il nome è un po’ infelice, ma vi assicuro che erano ottimi. E poi, sarete d’accordo con me, anche una foglia secca se fritta è buona.

Poiché siamo in tema “cibo”, ci tengo a precisare che la cucina tedesca è pesante. Buona, per carità, ma pesante. La cosa più leggera che hanno è la birra, e ne ho bevuta parecchia. Devo ammettere che la Haller Löwenbräu non mi fa impazzire, ma rispetto alla Tucher è la birra più buona del mondo. Quando mangiavo fuori, era facile che il piatto vegetariano del giorno fosse a base di patate: al forno, in insalata, fritte, lessate. Io adoro le patate, ma alla terza cena a base di tuberi ero un tantinello stufa. E pensare che i primi giorni al supermercato avevo comprato delle patate… Mangiare fuori quasi ogni giorno non è stata un’ottima mossa, ma era un modo per godere della compagnia degli altri, degli scambi di pettegolezzi, differenze linguistiche, confidenze, situazioni politiche ed economiche dei paesi di provenienza, risate e…sapete che negli altri paesi europei per ordinare 3 birre facendo il segno con la mano usano indice, medio e anulare?

 

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