Diario dalla Via Francigena (2015)

C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma  in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in continuo cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso.

da una lettera di Chris McCandless, tratto da “Nelle terre estreme” di J. Krakauer

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Quest’anno per Pasqua ho deciso di fare qualcosa di diverso, con persone diverse e in un luogo diverso dal Piemonte: Walden Viaggi, cooperativa che organizza viaggi a piedi in Italia, Europa, Asia e Africa, offriva dal 3 al 7 aprile la possibilità di percorrere una parte della via Francigena da San Miniato a Siena, proprio in concomitanza con la chiusura dell’Istituto in cui lavoro, perciò…non avevo nessuna scusa per non approfittarne! E allora pronti, partenza, via!!

3 aprile: partenza per Firenze con destinazione finale San Miniato

Sveglia alle 6 dopo una notte quasi insonne a causa di una forte dose di ansia e emozione nel dover affrontare un’esperienza nuova e che richiedeva una buona dose di fiducia in se stessi. Ho sempre amato camminare, ma non avevo mai provato distanze così lunghe per più giorni con in spalla uno zaino grande quanto me e pesante: 8 kg, col senno del poi avrei eliminato qualcosa per cercare di arrivare a 6, perché va bene la forza di volontà, ma sono pur sempre una nanerottola alta “due mele o poco più”! Al ritrovo, davanti alla farmacia della stazione di Santa Maria Novella, incontro gli altri 13 viaggiatori e la guida, Barbara, una donna minuta e con un forte accento tedesco. Dopo aver mangiato un buon panino, torniamo alla stazione e prendiamo il treno per San Miniato, dove ci mettiamo in cammino verso il convento che ci darà ospitalità per la notte. Ad accoglierci è la signora Anna, che ci mostra le camere e il refettorio per la colazione. Dopo esserci sistemati e aver abbandonato lo zaino, facciamo un breve tour guidato della cittadina, cominciamo a conoscerci e subito capisco che condividerò il cammino con persone interessanti, dalle storie più diverse e affascinanti, e con alcune delle quali condivido una passione: l’aperitivo. Quale modo migliore per rompere il ghiaccio, se non davanti a un bicchiere? A seguire, cena in un ristorante dove continuiamo a bere vino locale e dove assaggiamo dei cantucci davvero favolosi. Dopo cena il mio unico pensiero è il cuscino su cui avrei appoggiato la testa per abbandonarmi in un sonno profondo e ristoratore.

4 aprile: San Miniato – Gambassi Terme, 22 km 

Dopo un’abbondante colazione al refettorio del convento, partiamo per Gambassi Terme con un tempo che non promette nulla di buono. Verso le 11 inizia a piovere, così ci equipaggiamo con mantelle e coprizaino in modo da non bagnarci troppo. Per mangiare ci ripariamo sotto una tettoia e cerchiamo di non farci scoraggiare dalla pioggia che scende sempre più forte e fitta. Ci mettiamo in cammino sotto la pioggia, sperando che smetta o che almeno diminuisca, nonostante le intenzioni del Sig. Nuvolone Grigio Sopralenostreteste siano piuttosto chiare: percorreremo tutta la strada sotto una pioggia incessante che sembra voglia punirci per gli errori commessi. La strada diventa presto melmosa e il fango rende ogni passo una sfida, trattenendo gli scarponi come un bambino che non vuole lasciar andare il suo orsetto preferito. Lo zaino, in tutto questo, dà la sensazione che la forza di gravità sia improvvisamente maggiore e gli scarponi, a un paio d’ore dall’ostello, sono zuppi a causa dell’acqua che cola dai pantaloni. Dal punto di vista psicologico, devo dire che non mi sono scoraggiata un solo istante: se piove, piove, punto, bisogna farsene una ragione, fermarsi a pensare o lamentarsi non avrebbe fatto uscire il sole. L’unica cosa da fare è continuare a camminare.

Arrivare all’ostello, togliersi la mantella sgocciolante, gli scarponi infangati e fradici, i pantaloni che si appiccicano alla pelle, la biancheria umida, buttarsi senza fretta sotto una bella doccia calda e godersi una cena ristoratrice sono stati un premio meritato e goduto, e hanno allietato la serata prima di soccombere alla stanchezza. Mentre fuori la pioggia continuava a bagnare il Cammino.

5 aprile: Gambassi Terme – San Gimignano – Colle Val D’Elsa, 25 km

Ci mettiamo in cammino con la spada di Damocle di un’altra giornata piovosa, ma per fortuna veniamo graziati da Madre Natura, che fa soffiare un vento freddo che spazza via le nubi minacciose. Non che camminare con il vento sia piacevole, ma lo accettiamo di buon grado e camminiamo seri, senza fare troppo rumore, come per paura di svegliare la pioggia. Il terreno in alcuni punti è molliccio, soprattutto quando passiamo in mezzo alle vigne, ci rallenta, ma teniamo comunque un buon ritmo. San Gimignano dobbiamo proprio guadagnarcela: la vediamo da lontano, fiera con le sue torri, la fissiamo per non perderla di vista, il vento ci schiaffeggia, il freddo ci fa chiudere nelle giacche, e proprio quando la fame e la stanchezza si fanno quasi insostenibili, eccoci arrivati. Dopo una focaccia, una mela e un buon cappuccino caldo e spumoso, ci rimettiamo in cammino alla volta di Colle Val D’Elsa. Tra una chiacchiera e l’altra spunta un raggio di sole che scalda il Cammino e le nostre ossa umide. Cominciamo a conoscerci e a scoprire le cose che abbiamo in comune, ridiamo, stiamo in silenzio ad ascoltare i nostri passi e i rumori della natura. Mi guardo intorno e mi chiedo se le distanze tra le persone siano come le distanze tra i paesi: investendoci volontà e coraggio, si possono percorrere per venirsi incontro e trovarsi, mettendo da parte paure e debolezze.

Arriviamo a Colle verso le 18, ci sistemiamo nelle camere e ci rechiamo al ristorante “Officina della cucina popolare”, dove mangiamo da re e beviamo forse troppo vino, ma in compagnia, si sa, non si può dire di no a una fetta di salame e un bicchiere in più (e nemmeno al dolce e al pusa cafè, che determineranno la mia notte insonne).

6 aprile: Colle Val D’Elsa – Monteriggioni, 15 km

Insomma, una passeggiatina di salute. Partiamo con calma e manteniamo un passo lento per tutta la giornata, godendoci la raccolta delle erbe spontanee per la deliziosa insalata che avremmo mangiato la sera, gli animali, la vegetazione, i profumi che il bosco ci regala. Ed è proprio in tutto questo tripudio di meraviglie che ho perso i bastoncini da trekking di mio fratello. Eh già, nemmeno questa volta posso sottrarmi alla rubrica “Sfighe dai viaggi” a cui sono legata da sempre; ma posso spiegare, è andata così: stavo guadando un pericolosissimo fiume – ehm, ok, non era pericolosissimo, solo un po’ ingrossato dalle piogge – tenendomi alle corde, quando, arrivata a metà, vedo i bastoncini ribelli sfilarsi dall’elastico dello zaino uno dopo l’altro e cadere nel fiume, per poi seguire gioiosamente la corrente. Maledetti.

Senza i bastoncini a segnare il ritmo del cammino mi sento quasi spaesata, come se dovessi camminare su una gamba sola. Ma è inutile piangere sui bastoncini versati, quindi cammina, non ti fermare! La vedi Monteriggioni in tutto il suo splendore? Sta lì davanti a te, proprio come pochi mesi fa, la conosci ancora a memoria, la disegni nella tua mente e ricordi il momento in cui, dall’alto delle mura che la circondano, pensasti: “un giorno percorrerò a piedi queste colline”, e lo stai facendo!! [modalità motivazionale: off]

Percorrere l’ultima salita prima di entrare a Monteriggioni è come avere un Gremlin dispettoso che ti saltella intorno e si fa beffe di te: una faticaccia premiata, anche qui, da una doccia rigenerante e una cena autogestita venuta proprio bene. La sera nanna presto perché il giorno dopo ci aspettano 20 km per raggiungere la meravigliosa città di Siena.

7 aprile: Monteriggioni – Siena, 20 km 

La gamba, che da un paio di giorni è un po’ dolorante, decide che no, non ha la minima intenzione di distendersi senza farmi vedere le stelle. Eh va beh, armiamoci di pazienza e partiamo, non mi do mica per vinta per un dolorino. Dico solo che ancora oggi mi fa male, perché ridendo e scherzando mi sono procurata una bella contrattura al polpaccio. Pivella.

La mattina regala colori e paesaggi stupendi, campi verdi che brillano al sole, antichi castelli e casolari, alberi secolari ancora intorpiditi che sembrano stiracchiarsi. Il cammino è interrotto da pause in cui si beve e si mangiano fette del salame avanzato la sera prima, barrette energetiche e frutta, si chiacchiera, si posa lo zaino che sembra pesare sempre di più, si pregusta il pranzo sugli scalini del Duomo di Siena. Ed è proprio su quegli scalini che ho mangiato il panino più buono della storia dei panini: quello che mi sono guadagnata con il sudore e la sofferenza, perché, giunti verso la fine, ogni passo era diventato insopportabile a causa del dolore più intenso. Ma quando si raggiungono gli obiettivi, in un contesto tanto meraviglioso quanto surreale, accade sempre qualche magia: arrivata in Piazza del Campo (lacrimuccia), ho smesso di sentire dolore. O meglio, era come una musica di sottofondo, lo sentivo ma non così bene da riuscire a distinguerlo dal resto. Perché? Perché il luogo, le persone e l’impresa compiuta erano magici, di quella magia che solo gli esseri umani possono creare e percepire. E ci si lascia ringraziandoci a vicenda, per aver condiviso un pezzo di Cammino insieme, per averlo reso più facile, per esserci sostenuti nei momenti difficili, per aver riso insieme, dimenticando per un momento chi siamo, da dove veniamo, ma soprattutto dove siamo diretti.

5 pensieri su “Diario dalla Via Francigena (2015)

    • Babyjan ha detto:

      Eheh, diciamo che tu avevi motivo di averlo pesante, io qualcosa avrei anche potuto evitarla 😛 s’impara dagli errori, almeno così dicono.

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