Una gravida ai tempi del Sars-Cov-2

Sento il bisogno di scrivere questo post OT sul blog, sia per necessità personale di sfogo, sia perché magari a qualcuno potrebbe interessare questa testimonianza. Non parlerò del virus e di come ha cambiato le nostre vite, questo è già noto a tutti, ma di come ho percepito la mia gravidanza in pandemia, passando da zone gialle a zone rosse. Nel titolo ho usato il termine “gravida” perché mi sono sentita definire in questo modo diverse volte – che, per carità, dal punto di vista medico è corretto – sentendomi trattata più come una cavalla che come un essere umano.

All’inizio non me ne rendevo conto, mi ero abituata a fare le cose “uno per nucleo familiare”, ma di fatto la futura madre vive questo periodo di visite, esami ed ecografie in totale solitudine, mentre il futuro padre in totale esclusione, come se ciò che accade visibilmente all’esterno e all’interno del corpo della compagna/moglie, non lo riguardasse, se non marginalmente.

Mi sono fatta seguire da un consultorio di zona, non avendo un ginecologo di fiducia: non pensate che non siano figure affidabili e professionali, date loro una chance, perché ho incontrato persone davvero in gamba, a partire dall’ostetrica e dalla ginecologa, fino ad arrivare alla diabetologa, avendomi diagnosticato il diabete gestazionale. Essendo, però, parte della sanità pubblica, non è mai stato possibile per il mio compagno accompagnarmi alle visite, neanche attendere in una sala d’attesa, ma ha sempre vissuto il tutto da lontano, raccomandandomi di fargli sapere appena possibile se tutto andava bene. A volte, magari perché in ritardo sulla tabella di marcia, se tardavo a chiamare, ricevevo un messaggio: “ma non sei ancora passata?”, oppure “è tutto a posto?”. “Tranquillo, tutto bene, poi ti spiego a casa”.

La prima ecografia, un’emozione enorme e un’ansia altrettanto grande, gli è stata preclusa. Al quarto mese ho prenotato un’ecografia presso una ginecologa privata chiedendo espressamente che potesse partecipare anche il mio compagno, e così è stato: unica occasione per condividere quest’emozione insieme. “Vedete, questa è la testa, qui si vede addirittura il naso”, “è vero!”, mentivamo per aggrapparci con tutti noi stessi al momento che stavamo assaporando.

Anche il parto non è stato come me l’ero immaginato. Ero super convinta che avrei fatto un parto naturale e spontaneo, ho seguito ben due corsi preparto online, ma alla fine mi hanno sottoposto all’induzione e infine al taglio cesareo. Ho chiamato il mio compagno d’urgenza, spiegandogli velocemente la situazione. È arrivato il più in fretta possibile, ha fatto il tampone rapido, ha atteso UN’ORA fuori dal reparto in attesa del risultato, ed è stato con noi tre quarti d’ora, poca cosa per un neo papà che non ci avrebbe visti per i successivi 4 giorni di ansia, in perenne attesa di notizie da parte mia.

Dal canto mio posso dire che, per quanto il personale ospedaliero fosse gentile e disponibile nei confronti di noi pazienti, la mancanza delle visite delle persone care, la possibilità di confrontarsi e prendersi un attimo per sé, o semplicemente il piacere di passare del tempo col papà o con i nonni fin da subito, è stato per me un patimento. Ritrovarsi improvvisamente a prendersi cura di quella creaturina h24, dovendo anche prendermi cura di me, mi ha davvero fatto pensare, in un attimo di disperazione, “dov’è l’ufficio resi?”. I pianti di gioia e disperazione me li sono fatti da sola, il dolore l’ho sopportato da sola, i primi bei momenti di vita di mio figlio li ho goduti da sola.

Ora che è nato e abbiamo finalmente una nostra meravigliosa routine, le cose non sono cambiate, alle visite lo porta uno solo, salvo dal pediatra. Ed ecco che ripartono le domande: “com’è andata, è tutto a posto?”.

Mi auguro con tutto il cuore che con la scusa dei vaccini e del green pass si riaprano i reparti alle visite dei parenti e degli amici, seppur limitate, ma sono certa che siano importanti, anzi, fondamentali, per la guarigione, e in alcuni casi la salvezza, dei ricoverati.

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