Cronache di Schwäbisch Hall – ultima parte

THERE AND BACK AGAIN

Il mio viaggio non è stato avventuroso come quello di Bilbo Baggins, duole ammetterlo, ma state certi che barcamenarsi tra bus, treni e aerei è stato altrettanto faticoso all’andata. Figuratevi, perciò, il mio stato d’animo al pensiero del ritorno, dopo aver dormito 4 ore, pianto, mangiato con lo stomaco chiuso, preparato le valigie più volte perché dovevo giocare a Tetris per farci stare tutto, pulito casa e buttato la spazzatura. Ok, quest’ultima è futile. 

All’una, dopo aver raccolto baracca e burattini, mi reco alla fermata del pullman 1 che mi porterà alla stazione di Schwäbisch Hall-Hessental. Con la voglia di partire pari a quella di un gatto che deve fare il bagno, salgo sul pullman, sistemo i bagagli portando via lo stinco di un signore comodamente seduto – avevo fame, probabilmente – e mi accomodo. Inizio a pensare che avrei passato tutta la giornata da sola con la mia tristezza, ma che il giorno dopo avrei rivisto tanta bella gente. “Pensa a qualcosa di bello, pensa a qualcosa di bello”, mi ripeto. Arrivo alla stazione, scendo dal bus ed entro nella sala d’attesa. Ehi, ma ci sono Carlos e Margo! FELICITÀ! Sapevo che anche loro sarebbero andati a Francoforte, ma credevo sarebbero partiti prima. Attendiamo insieme il treno diretto a Stoccarda tra risate, foto stupide e “come ti senti”, “beh, ho un macigno sul cuore e i viaggi mi agitano sempre”, “Già, anche a me.”

Sul regionale fa caldo, i sedili non sembrano molto puliti, mi ricorda i nostri treni, con la differenza che non c’è odore di stalla. Ovviamente Carlos deve aiutarmi a mettere il borsone sul portapacchi perché io, alta un metro e “dio, quanto vorrei avere 10 cm in più!”, proprio non ci arrivo. Il viaggio dura un’oretta e lo passiamo a scherzare e guardare le foto che Margo ha scattato durante le due settimane: più di duemila, non aggiungo altro. Arrivati a Stoccarda ci precipitiamo a prendere il treno per Francoforte, un Intercity con aria condizionata, vagone ristorante, bagno degno di questo nome e sedili morbidosi. E poi la Deutsche Bahn ti augura buon viaggio. Anche Trenitalia lo fa, direte, ma sapete che non sarà così.

Dopo un’ora e 40 minuti circa arriviamo all’aeroporto di Francoforte, che credo abbia più “abitanti” di SHA tanto è grande, e c’è addirittura il treno che collega i due terminal. Lo prendiamo due volte, una per accompagnare Carlos al Terminal 2, l’altra per tornare indietro. Noi e le nostre valige, che sono leggere, ma si appesantiscono sempre di più man mano che si avvicina il momento di salutarci e prometterci, mentendo forse, che “un giorno ti verrò a trovare”. E da questo momento il tempo scorre veloce, con Carlos che tenta di fare il check-in alla British Airways e gli dicono “guardi che Iberia è qui accanto”, la pizza prosciutto e funghi di cui mangio 2 fette scartando meticolosamente il prosciutto, il Caffè Zero al Mocaccino così dolce che persino Winnie the Pooh l’avrebbe schifato, l’espresso piccolo – già, in Germania esiste – che prendo rigorosamente amaro, e la coscienza che interviene ammonendomi: “hai bevuto troppo caffè, sei proprio scema, lo sai che ti agita, come se non lo fossi già abbastanza”. E arriva il momento di salutare anche Margo, che vola verso Mosca da Gatel Z, mentre io volerò verso Torino dal Gate B. Ciao, piccola Margo, sei una ragazza forte e determinata, diventerai una grande donna.

Ed eccomi al gate, in attesa dell’imbarco. Il decollo è previsto per le 21:05, ma viene ritardato di circa 30 minuti perché l’aereo è in ritardo. Vabbè, aspettiamo. Finalmente ci fanno salire sul bus che ci porterà a destinazione, ma qualcosa va storto, e quando arriviamo al nostro velivolo le porte non si aprono. Vediamo un gran trafficare sull’aereo, finché il capitano scende e ci dice che si scusa per il disagio, ma si sono rotte le ruote del carrellino delle bevande e stanno cercando di ripararlo. No comment, solo a me possono succedere certe cose. Gira e rigira partiamo con un’ora di ritardo, e accanto a me c’è un indiano che tenta di parlarmi inglese a voce bassissima, ma io non lo capisco e gli rispondo evidentemente cose senza senso perché mi guarda in modo strano. Mi immagino una conversazione.

Lui: “Sei italiana?”

Io: “Barbara, e tu?”

Lui: “Vai a Torino per lavoro?”

Io: “Ah, ma davvero?”

Lui: “Lasciamo perdere, tanto non capisci ‘na mazza.”

Io: “Grazie, anche a te.”

Deve essere andata più o meno così, perché si è allontanano senza salutarmi.

Una volta atterrata ritiro il bagaglio e attendo i miei che passino a raccattarmi al volo tipo pallina da tennis. A casa, finalmente. Fa freddo, ci sono 15 gradi, a SHA ne ho lasciati 30, ma vengo subito riscaldata da messaggi di amici e parenti. Ho la mente talmente affollata di pensieri che sembra Shanghai nell’ora di punta. Finisce un viaggio, ma ne inizia subito un altro, un viaggio che non so dove mi porterà, ma ho uno spirito abbastanza avventuroso da lasciarmi trasportare. Che importanza ha la meta? Nessuna, quel che importa è il viaggio e con chi lo si intraprende, quindi afferro la tua mano e salgo su quel treno, senza paure, senza ansie. Sorrido, vivo, abbraccio, respiro, ritorno. Di nuovo.

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