Mandalay, la città più dolce del Myanmar

Mandalay è stata la prima tappa del nostro intenso viaggio in Myanmar, ma anche il primo impatto climatico, emotivo e visivo del paese. Arrivati in città con il pulmino dal piccolo e caloroso aeroporto, siamo scesi davanti all’hotel in cui abbiamo soggiornato 3 notti, l’Hotel 8, dove ci hanno accolto con dei super sorrisi, di un dolce che neanche i migliori marshmallows potrebbero eguagliare.

Un appuntamento fisso a Mandalay, verso le 20, era la pioggia. Iniziava a piovere copiosamente e rumorosamente tutte le sere alla stessa ora e…si salvi chi può! Le strade diventavano veri e propri fiumi impetuosi, e la scarsa illuminazione stradale rendeva l’atmosfera piuttosto tetra, da film dell’orrore, con i soli fulmini a illuminare la notte.

Palazzo reale e Mandalay Hill

Dopo aver scoperto che il nostro hotel offriva gratuitamente il noleggio delle biciclette, e dopo aver superato la fase “ohmmioddio, non sarò mai in grado di andare in bici nel traffico, morirò sicuramente!”, siamo usciti e partiti all’avventura. Sicuramente non è facile pedalare serenamente per le strade di Mandalay, con motorini che sorpassano a destra e sinistra, incroci non regolati e pedoni (e cani) imprevedibili. Non è neanche una passeggiata di salute, perché lo smog si respira a chili, e la sera si rincasa così impolverati che in un primo momento credevo di essermi abbronzata… Non parliamo, poi, della temperatura pari a 2000 gradi percepita sotto il sole! Ma tutto questo valeva la pena di essere vissuto, vi spiego perché.

Per arrivare all’ingresso dell’immenso parco che circonda il palazzo reale, ne abbiamo percorso il perimetro: alla nostra destra il caos cittadino, alla nostra sinistra la calma del complesso reale, circondato da un ampio fossato con acqua. Appena entrati nel parco, si paga l’ingresso di 10.000 kyat in un gabbiotto piuttosto anonimo. Si attraversa un antico portone, e si è assaliti da un’improvviso silenzio e senso di pace interiore che aiutano a dimenticare il rumore del traffico e la paura di finire schiacciati da una mandria di motorini. Percorrendo il lungo viale si arriva al palazzo, quasi totalmente visitabile e in buono stato. Pagode, antiche dimore, la sala del trono del re Mindon e una torre di guardia su cui si può salire e godersi il panorama (diventando una vera e propria attrazione per i visitatori locali).

Usciti dal meraviglioso complesso, abbiamo fatto un giro in bici nel parco e ci siamo soffermati nei pressi di un laghetto, dove abbiamo scovato questo magnifico albero, i cui rami sembravano allungarsi per afferrare qualcosa di lontano.

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Uscendo dal parco del palazzo notiamo, proprio di fronte a noi, una bettola in cui fare pranzo. Definirla bettola è un eufemismo, si tratta di un grande chiosco con tavolini e sedie di plastica e un menu scritto in birmano e inglese. In Myanmar ci si ritrova spesso  a mangiare in queste baracche a bordo strada, si mangia normalmente bene, l’importante è non fare troppo caso all’igiene: se siete il tipo di persona che ha sempre in borsa l’Amuchina, forse non fa per voi. Se siete deboli di stomaco, sconsiglio di andare “in bagno”, il sapone c’è solo se siete fortunati, per asciugarsi le mani ci sono asciugamani di stoffa – mi sono sempre asciugata le mani “all’aria”- e se malauguratamente dovete fare pipì, cosa assai probabile dopo una mattinata in giro, il meglio che potete trovare è questo:

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Dopo un pranzo a base di riso con verdure e birra fresca, abbiamo nuovamente inforcato le nostre bici e proseguito con la visita ai templi inclusi nel biglietto del palazzo reale. Ce ne sono diversi, tutti raggiungibili comodamente in bici. All’ingresso bisogna sempre togliersi scarpe e calze – speravo di potere tenere almeno le calze, ma è assolutamente vietato e considerato irrispettoso. Al terzo tempio o pagoda visitato mi è passata la paura: o dentro a piedini nudi, o fuori.

 Nel tardo pomeriggio siamo poi andati alla conquista della Mandalay Hill, che consigliano tutti di visitare al mattino presto o al tramonto, per evitare le ore di maggior caldo e perché, soprattutto al tramonto, la vista e i colori sono magnifici. La collina è da conquistare perché:

  1. ci sono tantissimi scalini da salire, rigorosamente a piedi nudi, tanto che scendere diventa quasi una sofferenza, non essendo abituati a camminare scalzi su superfici tanto variegate – si passa dalla piastrella al cemento – tanto a lungo;
  2. sembra sempre di essere arrivati, ma puntualmente si scopre che ci sono altre scale.

La vista, però, ripaga di tutti gli sforzi!

In cima si pagano 1000 kyat di ingresso e permesso di scattare foto. Una cosa che ho trovato piuttosto fastidiosa sono i numerosi mercatini turistici che spopolano all’ingresso dei luoghi sacri, rovinando l’atmosfera di pace che regna in questi luoghi, che per i birmani rappresentano anche oasi in cui riposare o incontrarsi con altre persone.

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Sagaing Hill, Inwa (o Ava), Amarapura e U-Bein Bridge

La pioggia, che prima che arrivassimo aveva causato gravi danni, costringendo gran parte della popolazione che viveva sulle rive del fiume Irrawaddy a trasferire il salvabile a bordo strada, non ci ha graziato, anzi, è caduta incessante dal mattino alla sera. Normalmente non mi faccio spaventare dalla pioggia, ma in questo caso non è stato affatto facile aggirare l’ostacolo, soprattutto perché tutti i luoghi erano prevalentemente all’aperto e il grigio plumbeo del cielo rendeva tutto cupo.

Per organizzare questo tour ci siamo affidati a un tassista consigliatoci dall’hotel, che ci è costato 50.000 kyat, circa 35 € in due. Ci siamo assicurati che parlasse inglese, in modo da rendere il viaggio non solo più semplice, ma anche più interessante. L’inglese lo parlava, ma non benissimo, e spesso non ha calcolato bene i tempi. La pioggia, poi, ha reso tutto davvero difficile: alcune strade erano chiuse e certi luoghi eccessivamente fangosi per goderseli appieno.

La mattina abbiamo visitato la Sagaing Hill, fermandoci in una bella pagoda da cui si poteva ammirare il panorama, un monastero in cui si poteva assistere a diverse fasi della vita dei monaci – il momento del pranzo, ad esempio, è stato davvero interessante – e una scuola elementare pubblica in cui si trovavano anche molte monache. I bambini sono straordinari, ci salutavano con un caloroso “hellooo” ovunque andassimo e non ci negavano mai un sorriso, ecco il perché del titolo del post: Mandaly è sicuramente la città più dolce e più accogliente del Myanmar.

Ci siamo concessi una pausa pranzo in un ristorante tipico birmano dove, in attesa che si calmasse il temporalone che imperversava fuori, ci hanno servito riso con verdure e curry di pollo: quest’ultimo consiste in un piatto principale, il pollo al curry con patate, seguito da una serie di ciotole con contenuti che fanno da contorno, come ad esempio una zuppa, verdure piccanti e riso. Questo piatto spopola in tutto il sud-est asiatico, variando leggermente in base al paese.

Dopo pranzo abbiamo preso la barca per andare a visitare Inwa o Ava, che dir si voglia, antica capitale birmana a una ventina di km da Mandalay, di cui si conservano alcune rovine come torri di guardia, templi e monasteri. La prima parte si può visitare a piedi, mentre per la seconda si consiglia il calesse. Noi eravamo piuttosto demotivati dal brutto tempo, perciò abbiamo deciso di evitare la seconda parte e riprendere la barca per tornare indietro. L’ingresso a Inwa è incluso, come detto in precedenza, nel biglietto del palazzo reale, ma se volete fare il giro in calesse dovete aggiungere 5.000 kyat a testa.

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Inwa (Ava)

Penultima tappa è stata Amarapura, anch’essa antica capitale del paese, fondata nel 1783 da re Bodawpaya e sede del governo fino al 1857, quando la capitale fu spostata a Mandalay. Anche qui si possono ammirare rovine, stupa e monasteri, ma la vera star è il ponte U-Bein, il ponte in legno di teak più lungo del mondo: ben 1.200 metri. A noi non ha regalato un tramonto dai colori indimenticabili, come si vede nella maggior parte delle foto che si trovano sul web o sulle guide turistiche, ma immagini altrettanto suggestive a causa dell’alluvione, che ha sommerso tutto ciò che lo circondava, poco ci mancava che il livello dell’acqua lo raggiungesse!

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U-Bein bridge

Sicuramente se avessimo avuto la possibilità di fare questo viaggio tra novembre e febbraio avremmo trovato un meteo più favorevole; ad agosto è piena stagione delle piogge, prendere o lasciare.

Il giorno seguente siamo partiti con un bus collettivo alla volta di Bagan, per avventurarci nella famosa piana dei templi, ma ne parlerò in un’altra occasione, perciò…stay tuned!

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