Viaggiare a piedi

Amo camminare, sentire le gambe provate dallo sforzo e i muscoli che lavorano passo dopo passo; amo addirittura il dolore alle spalle dopo una giornata intera con lo zaino. Amo la lentezza che il camminare prevede, potersi fermare a osservare un fiore, togliersi scarponi e calze e mettere i piedi a bagno in un ruscello. Amo ascoltare i suoni del bosco disturbati dai miei passi, i profumi degli alberi e delle piante aromatiche spontanee, i panorami quando si arriva in cima a una montagna o che si scorgono tra gli alberi mentre si sale. Amo la fame che si ha a fine giornata, quella sincera, che fa apprezzare veramente il cibo – un semplice piatto di pasta al sugo diventa una prelibatezza. Amo l’idea di percorrere pochi chilometri in un giorno, senza avere la sensazione di aver perso qualcosa, ma assaporando la lentezza con cui si trascorre una giornata: quando si viaggia a piedi si ha la sensazione che tutto sia a portata, perché le decisioni si prendono man mano che l’obiettivo si avvicina; se si viaggia in macchina o con altri mezzi di trasporto, invece, si hanno pochi secondi per decidere il da farsi, altrimenti l’opportunità è già svanita, prima ancora di poterla cogliere.

“Camminare significa aprirsi al mondo. L’atto del camminare riporta l’uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione di tutti i sensi. E’ un’esperienza che talvolta ci muta, rendendoci più inclini a godere del tempo che non a sottometterci alla fretta che governa la vita degli uomini del nostro tempo. Camminare è vivere attraverso il corpo, per breve o per lungo tempo. Trovare sollievo nelle strade, nei sentieri, nei boschi non ci esime dall’assumerci le responsabilità che sempre più ci competono riguardo ai disordini del mondo; ma permette di riprendere fiato, di affinare i sensi e ravvivare la curiosità. Spesso camminare è un espediente per riprendere contatto con se stessi.”

Elogio della marcia – D. Le Breton

Aggiungo che camminare è terapeutico. Durante il mio cammino sulla via francigena, nonostante sia durato soltanto 5 giorni, ho avuto modo di misurarmi con me stessa e approfondire la conoscenza del mio corpo e della mia mente, rendendomi conto che tutto, durante la marcia, era coinvolto: ogni muscolo, tendine e tessuto provvedeva a rendere i movimenti fluidi e decisi, la mente cercava di dimenticarsi della fame o della fatica – a volte anche del dolore – concentrandosi sull’ambiente circostante, sulle persone che camminavano con me e sul percorso.

Camminare insegna molte cose che nella vita frenetica di tutti i giorni tendiamo a dimenticare: prendersi del tempo per stare in silenzio o parlare interiormente al proprio cuore, ai piedi stanchi, alle vesciche che ci infastidiscono. Potrà sembrare sciocco, ma ogni tanto è il caso di prendersi del tempo soltanto per oziare e fare due parole con la persona con cui, volenti o nolenti, dobbiamo passare tutta la vita: noi stessi. Camminando impariamo a conoscere i nostri limiti fisici e mentali, ma anche ad accettare situazioni difficili che nel quotidiano faticheremmo a prendere con filosofia: se piove non ci sono molte alternative all’accettare il freddo, l’umidità, il terreno fangoso e i vestiti bagnati. Non si può chiedere al cielo di lasciarci tranquilli, per fortuna non possiamo ancora intervenire sui fenomeni atmosferici. Piove? Invece di lamentarsi è meglio concentrarsi sul rumore della pioggia sulla mantella o sul terreno, sull’odore che si solleva dall’asfalto asciutto, sulla tazza di tè caldo che ci aspetta a destinazione. C’è vento? Se abbiamo l’equipaggiamento adatto non dovremmo preoccuparci più di tanto e accettare che sì, il vento spettina e rallenta. In questo modo prendiamo quello che viene più di buon grado.

Viaggiare a piedi ridimensiona anche il bagaglio: non si può portare dietro qualsiasi cosa, come quando si viaggia con una valigia. Occorre portare soltanto il minimo indispensabile, in modo che tenere lo zaino in spalla tutto il giorno non equivalga a camminare sui carboni ardenti, ma sia un’esperienza positiva. Su questo devo ancora migliorare molto, quest’estate avrò occasione di farlo. Il peso ideale, a quanto dicevano i miei compagni di viaggio, si aggira intorno ai 5/6 chili. Io ne portavo 8 e, credetemi, a fine giornata io e il mio zaino eravamo come saldati. Il trucco è portarsi un paio di cambi, possibilmente di abbigliamento tecnico, leggero e che non richieda molto tempo per asciugare una volta lavato. Essenziali sono il copri-zaino e la mantella, in modo che la roba all’interno dello zaino non si bagni in caso di pioggia, scarponcini comodi e collaudati e borracce per l’acqua; un coltellino, una mini torcia e delle barrette energetiche possono sempre tornare utili. Una volta tornati da un viaggio a piedi vi sembrerà quasi strano abbandonare lo zaino, che era ormai diventato parte di voi.

Quest’anno non riuscirò a fare un viaggetto a piedi, perchè ne ho uno molto più impegnativo in cantiere (coming soon su questo canale!), ma per il prossimo ho già in mente un paio di idee, e le idee, quando diventano un tam tam in testa, un richiamo al cammino, devono assolutamente concretizzarsi.

E voi? Avete qualche desiderio, qualche meta che vorreste raggiungere a piedi?

(Foto in copertina: tratta dalla copertina di Il mondo a piedi. Elogio della marcia, di David Le Breton)

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