Alice e il Bianconiglio

Il mio Bianconiglio non ha il panciotto, né un orologio da tasca. Non corre come un pazzo perché “è tardi!”, ma cammina piano, come se volesse rallentare il ritmo cardiaco. Cammina e respira regolarmente, non si fa travolgere dagli eventi, perché è lui stesso a crearli. Ho tentato di seguirlo, ma cammino troppo in fretta e l’ho perso di vista. Mi chiedo se lo ritroverò mai, se riuscirò a riconoscerlo e pregarlo di aiutarmi ad uscire da questa dimensione in cui sono precipitata. Non mi sento a mio agio, qui è tutto ovattato, l’aria è fredda e non c’è nessuno a farmi le carezze per conciliarmi il sonno.

Maledizione a me e alla mia distrazione cronica, mi caccio in situazioni assurde senza nemmeno accorgermene e poi mi guardo intorno e mi ritrovo improvvisamente sola. Riuscirò a ritrovare la strada di casa? Non ho abbastanza fiducia in me per farlo, temo. E allora resto ancora qui, ancora un po’, non mi muovo, non tocco nulla, non voglio rompere nient’altro. Attendo che qualcuno mi trovi, mi tenda la mano sorridendomi e mi chieda: “Ti sei persa?”. Risponderò di sì, e questa volta mi lascerò aiutare.

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5 pensieri su “Alice e il Bianconiglio

  1. Federico ha detto:

    Prima di tutto questo è un bel post.
    Poi volevo dirti una di quelle cose cui è difficile credere in certi momenti:
    La Vita è strana. Si diverte a nascondersi e, francamente, a volte ci punisce con attese sfibranti.
    Che però, maledizione, servono. Come le pause fra un crescendo ed un altro, come le ombre che sottolineano i profili. Si impara e si lavora su sé stessi, si impara a conoscersi.
    D’altra parte Gesù affrontò quaranta giorni di deserto e tentazioni forse per capire anche lui chi era, chi voleva essere.
    Puoi solo seminare semi, sarà la primavera a dirti se sono caduti nel punto giusto e spunteranno, o moriranno e dovrai ricominciare da capo.
    Bonne chance.

  2. ricardanugk ha detto:

    Ogni tanto passo e leggo e trovo me stessa. Ho passato mesi a dormire con la musica di sottofondo, come i bambini che non riescono a dormire senza la lucina che scaccia i mostri. Ho passato mesi a correre via da me stessa invece di affrontare perché sapevo che quel mucchio di cocci che era ancora sul pavimento era pieno di pezzetti che non mi sarei ricordata di avere, e vederli rotti mi avrebbe distrutto.
    Quando il vento tira da nordest allora riesci a sistemare alcuni angoli, dai una lucidata al mobile che si era rovesciato così d’improvviso con tutta la tua vita dentro e scopri che intanto ti piace ancora abbastanza. Butti via pezzi di cocci di cui non te ne fai nulla, e col passare del tempo scopri che ogni tanto riesci a passare davanti e alzi un pezzo e sorridi e lo lasci andare.
    Passa un anno. Passano due. Hai cominciato a riempire il mobile con tazze e bicchieri nuovi, alcuni comprati perché avevi bisogno di riempire il vuoto, altri pezzi antichi trovati in angoli sperduti che non sapevi di ancora avere.
    E il mucchio di cose rotte sta diminuendo pian piano, ma non sparisce. E in fin dei conti alcuni pezzi non riesci a guardarli tanto fa male, ma nemmeno a buttarli. E non sai se li tieni perché sei cattiva verso te stessa o perché in fondo non vuoi dimenticare, anche se fa male ricordare.
    E per la prima volta capisci il senso di bittersweet.
    Ti capisco piccola. E ti dico che per quanto è dura e fa male, finché abbiamo voglia di sistemare e di riempire di nuovo questa cosa ha un senso. E se non c’è il servizio da 12 persone che di colpo ci riempie il mobile allora dobbiamo riempire questo spazio con una tazza da caffè a volta, un ricordo, una cosa bella a volta. E mi ricorda mia nonna che aveva un servizio da tazze da caffè dove non si somigliavano due, erano del tutto diverse, grandi e piccole. E mi sono sempre chiesta perché erano così diverse. Oggi lo so. Se si rompe una non ti tocca buttare tutto, perché non dipendono una dall’altra. Ognuna è perfetta da sola. In fondo oggi lo preferisco al servizio completo.
    Un abbraccio.

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